Per essere piccoli produttori di successo in questo inizio di terzo millennio bisogna avere una precisa visione del mondo, e in base a quella, fare delle scelte rigorose. Specie se si sceglie di dedicarsi a prodotti dal ciclo biologico complesso come il miele di alta montagna.

Dietro Il miele bio di Girba, piccola azienda piemontese che opera nel Parco dei Laghi di Avigliana tra la Val di Susa e la Val Sangone, ci sono due imprenditori, Roberto Rossi e Mauro Tenti, che applicano nel lavoro quotidiano esattamente questo principio. La salvaguardia della natura, del territorio, e il concetto del mangiar sano sempre più diffuso tra i consumatori, sono le basi filosofiche di una produzione interamente votata al biologico, libera dall’uso di agenti chimici, e pensata fase dopo fase per preservare e valorizzare il ciclo di vita e riproduzione delle vere piccole protagoniste della filiera del miele, le api, industriose operaie che ogni anno garantiscono un miele eccellente in ottima quantità.

L’origine di una passione

Le api dunque: Roberto e Mauro conoscono sanno perfettamente l’importanza che ogni famiglia d’api riveste nell’ecosistema globale, per come contribuiscono all’impollinazione, allo sviluppo dell’agricoltura e alla riproduzione delle specie spontanee; così, scoprendo che la terra che li ospita (ovvero la zona alpina del Piemonte a ovest di Torino nei pressi di Avigliana), è tradizionalmente un luogo di sviluppo per l’apicoltura, hanno creato una vera e propria oasi del miele, con 200 arnie divise in 10 “villaggi apiari” che ospitano famiglie di api in salute, sistemate in territori totalmente incontaminati dagli scarichi industriali e ricchi di varietà biologica.

“Mauro era il mio vicino di casa – racconta Roberto – e un giorno, chiacchierando, abbiamo deciso insieme di prendere delle arnie. Abbiamo iniziato con due sole arnie, frequentato dei corsi, e pian piano le arnie sono diventate 25, poi 50, poi 100, e ora 200. Abbiamo iniziato cinque anni fa, nel 2012, e anno dopo anno, con l’esperienza, abbiamo capito che raddoppiando le arnie il tempo di lavoro non aumenta con la stessa proporzione, ma in misura molto minore. Per intenderci, se per curare 20 arnie ci vogliono due ore, per curarne 35 bastano solo due ore e mezzo.”

L’origine di una filosofia

E il biologico? Perché questo rigore? “Per noi – specifica Roberto – non è soltanto un certificazione, si tratta di una vera e propria condizione mentale. Certo, la certificazione è importante soprattutto per consentire a chi non ci conosce ancora di fidarsi di noi e del nostro lavoro, è un terzo fattore che funziona come garanzia, e per questo non credo nell’autocertificazione nel nostro settore. Ma dire che il biologico è una condizione mentale significa avere a cuore la cultura dell’apicoltura e del mangiar sano. Significa portare le famiglie a raccogliere il nettare dopo aver permesso loro di saperne di più sull’universo delle api e su come vivono. Come produttori ci occupiamo di conoscere le coltivazioni vicine alle arnie, nel raggio di azione delle api (tre chilometri n.d.r.), assicurandoci che non entrino in gioco fattori contaminanti. Oltre alle analisi dell’ente certificante commissioniamo le nostre personali all’università, e i risultati sono confortanti, tutti i rilevamenti sulle sostanze contaminanti del miele risultano non soltanto di molto inferiori alle soglie indicate dalla legge, ma persino alle stesse soglie di rilevabilità.”

Il biologico, va da se, comporta costi superiori, ma Roberto non ha dubbi, ne vale la pena. “Abbiamo una raccolta spesso inferiore a quella di molti apicoltori vicini ma va bene così, perché le famiglie non devono essere stressate. Si potrebbero usare sostanze che io chiamo “dopanti” e che servono a portare le famiglie di api a livelli di produzione super, specie in base al clima delle regioni. Le api, quando c’è freddo consumano la metà e utilizzano poche scorte, ma appena fa caldo, anche d’inverno, escono per bottinare e tornano a mani vuote consumando il doppio”.

MyBee – adotta un alveare: e la famiglia si allarga

Famiglia è un termine ricorrente per chi s’intende d’apicoltura, ma grazie a un’idea di Roberto e Mauro, oggi chiunque può contribuire alla produzione del miele biologico di Girba. Con la campagna MyBee – adotta un alveare, è possibile insediare una nuova famiglia di api, partecipare alle attività produttive e visitare apiari e laboratori, e, a seconda del tipo di affiliazione, ricevere ogni anno una percentuale di miele biologico prodotto dalle arnie sostenute. Con un profilo professional, si può perfino, sin da subito, dare il nome desiderato all’ape regina. “L’idea è nata perché volevamo far toccare con mano il lavoro dell’apicoltore, e fare il più possibile cultura sul mondo delle api. Lo scopo secondario, inoltre, era avere un flusso di cassa anticipato. L’idea è piaciuta molto, abbiamo iniziato con dieci adozioni e oggi siamo a 80, e arrivano moltissime richieste anche da fuori regione. Ma la più grande soddisfazione è constatare che abbiamo pochissime defezioni, e questo significa che chi rinnova anno dopo anno apprezza il lavoro fatto e ama il nostro miele”.

Tante varietà e un rapporto quotidiano con le api

L’azienda di Roberto e Mauro fa parte del presidio slow food “Mieli di Alta Montagna”, e produce moltissime varietà di miele differente. Il biologico di primavera, composto da nettari di ciliegio e tarassaco, il miele classico d’acacia, il biologico d’estate con nettare di rovo, tiglio e castagno, quello di alta montagna (marchiato presidio slow food) con i nettari delle fioriture degli alpeggi, caratterizzato da un gusto dolce e complesso e dall’ottimo profumo di fiori secchi (in particolare di crisantemo). Poi, naturalmente, c’è quello di bosco. Tanta diversità a riprova di una grande passione e di un amore verso il rapporto quotidiano con le api, che regala esperienza e soddisfazioni. “Le api forse non ci riconoscono come persone, ma riconoscono l’atteggiamento di chi le visita, e si comportano di conseguenza. Certo, ci sono famiglie più aggressive, ma quando è così dipende sempre da problemi interni all’alveare. Io noto che le famiglie che allevo sono più tranquille quando arrivo io, e più agitate quando arriva qualcuno dei nostri collaboratori. Bisogna essere tranquilli, non fare movimenti improvvisi, essere docili e non agitati, altrimenti lo sentono e saltano addosso. Lo si impara col tempo. Anche con i guanti conta l’esperienza. Prima entravamo con i guanti di cuoio, poi abbiamo capito che così le pizzicavamo, le schiacciavamo. Ora entro con i guanti di lattice. Qualche puntura arriva, ma le api sono preservate”.

 Dietro un prodotto… c’è sempre un produttore

10 domande 10 (+1) alla scoperta delle storie vere degli uomini e delle donne che fanno la nostra buona tavola

1)  Roberto Rossi perché è diventato produttore di miele biologico?

Le cose avvengono perché devono avvenire. S’inizia un percorso e si vede che è tagliato per noi.

2) Se non fosse diventato produttore di miele biologico cosa sarebbe oggi?

Non ci ho mai pensato, ma direi che mi sarei occupato comunque di food e di prodotti di qualità. Sono anche sommelier e la prima strada che avevo iniziato era quella, poi ho lasciato per colpa dell’ambiente negativo, in cui si dava troppa importanza alla forma e molto poca alla sostanza.

3) Il suo piatto preferito, e il cibo che non vorrebbe sulla sua tavola…

Il piatto preferito è quello che ho mangiato una volta dallo chef Davide Scabin, al suo ristorante Combal.Zero, 1 stella Michelin. Una cosa semplicissima, carne albese spalmata di foie gras con verdure croccanti, arrotolata e poi tagliata a fette. Solo tre ingredienti, una cosa favolosa. Non c’è nulla che non mangio.

4) Quale cucina regionale secondo lei è la migliore? Senza campanilismi…

Secondo me non esiste la cucina regionale migliore. Esistono i piatti tipici, ma poi dipende da chi li cucina…

5) Cibo etnico. Un voto da 1 a 10 e perché.

Se è fatto bene anche 10. Quello che mi dispiace è che ci sono pochissimi ristoratori che fanno bene la cucina estera, spesso è troppo addomesticata. Qualsiasi ristorante cinese a Londra interpreta la cucina veramente originaria molto meglio di quello che si fa in Italia. Anche per l’indiano è così, specie per le spezie, perché nei luoghi d’origine si cuociono mentre da noi le usano a crudo. Sto aspettando un’amica che mi porti gli hamburger di insetti che sta commercializzando in Svizzera. Non vedo l’ora di assaggiarli.

6) Cosa le piace più del suo lavoro di produttore e cosa cambierebbe?

La cosa più bella è quando vai ad aprire un’arnia e vedi che le famiglie stanno bene, noi abbiamo arnie da 10, con 9 telai più uno di diaframma. È bello trovarne 6 di covata e 3 di scorte che servono per passare l’inverno, significa che tutto va per il meglio. Su ciò che cambierei, diciamo che vorrei più consapevolezza da parte degli agricoltori sulle sostanze che utilizzano, spesso usano troppe sostanze chimiche che risolvono i problemi a breve termine e ne creano molti altri nel futuro. Noi abbiamo molti partner che la pensano nello stesso modo, come un’amica che coltiva delle patate di montagna davvero speciali, specie quelle a pasta rossa. Poi abbiamo iniziato un progetto con la canapa che ci darà soddisfazioni, vogliamo fare il polline di canapa.

7) Proposito per il futuro. Crescita aziendale o mantenimento?

Non vorremmo crescere più tanto, per mantenere sempre l’ecosistema in salite. Non arriveremo mai a 1000 arnie, perché poi si diventa un’azienda. Noi siamo artigiani, in laboratorio non vogliamo macchinari che non siano necessari. Anche per la disopercolazione, o per invasettare facciamo tutto con il metodo tradizionale, perché il miele è un prodotto che non ha fretta.

8) Un voto alle politiche agricole ed economiche attuali. Da 1 a 10.

Le seguo molto poco.

9) Il prodotto da produrre nella prossima vita?

Sarebbe bello avere un laboratorio di produzione alimentare e inventarsi qualcosa. Non so cosa, ma sarebbe bello fare qualcosa di nuovo, inventarsi in gastronomia qualche combinazione inedita.

10) Domanda finale, forse. Legame con la terra o cittadino del mondo?

Non so se lo sono, ma mi piacerebbe essere cittadino del mondo. Secondo me non bisogna rimanere chiusi nel proprio ambito ma è necessario votarsi all’esterno e conoscere realtà, culture, attività diverse oltre alla propria.

10+1) Ora è davvero l’ultima. Se il suo miele fosse una canzone, che canzone sarebbe?

Il tema del film “Se mi lasci ti cancello” sui titoli di coda.