La coltivazione della Melannurca Campana Igp è caratterizzata dall’arrossamento a terra delle mele nei cosiddetti ‘melai’. Si tratta di piccoli appezzamenti di terreno, sistemati in modo da evitare ristagni idrici, di larghezza non superiore al metro e mezzo, su cui sono stesi strati di materiale soffice, un tempo la canapa, oggi sostituita da aghi di pino, trucioli di legno o altro materiale vegetale. Durante la loro permanenza nei melai, i frutti sono disposti su file per esporre alla luce la parte meno arrossata, vengono poi periodicamente rigirati e scelti, scartando quelli intaccati o marciti. È proprio questa pratica, studiata per completare la maturazione dei frutti con metodi tradizionali e a mano, ad esaltare le caratteristiche qualitative della Melannurca Campana Igp.

Melannurca Campana IGP

La storia della Melannurca Campana parte da molto lontano. Il frutto appare già in alcuni dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano, e in particolare nella Casa dei Cervi. Suo luogo di origine sarebbe l’agro puteolano, come si desume dal Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Proprio per la provenienza da Pozzuoli – si legge sul sito del Consorzio – dove è presente il lago di Averno, sede degli Inferi, Plinio la chiamava ‘Mala Orcula’ in quanto prodotta intorno all’Orco (gli Inferi). Anche Gian Battista della Porta, nel 1583, nel suo ‘Pomarium’, nel descrivere le mele che si producono a Pozzuoli, le chiama Orcole. Da qui i nomi di ‘anorcola’ e poi ‘annorcola’ utilizzati nei secoli successivi fino a giungere al 1876 quando il nome ‘Annurca’ compare ufficialmente nel Manuale di Arboricoltura di G. A. Pasquale.