di Samantha De Martin

 

Un prodotto dalle tante potenzialità, ma per il quale c’è ancora molto da fare anche al fine di colmare la domanda di gran lunga superiore all’offerta.

È il Peperone di Pontecorvo Dop, delizia rappresentativa della Ciociaria, al centro di tre progetti – in attesa dell’approvazione del finanziamento da parte della Regione Lazio – che coinvolgeranno tre università con l’obiettivo di offrire un maggiore input a livello di produzione e commercializzazione.
A parlarcene e a illustrarci le caratteristiche di questo ortaggio è Luigi Castrechini, presidente del Consorzio di tutela del Peperone di Pontecorvo Dop.

Che cos’è che rende il Peperone di Pontecorvo diverso dagli altri?
Sicuramente la buccia e la polpa più sottili che lo rendono più digeribile rispetto agli altri peperoni, oltre al sapore particolarmente dolce.
Altre caratteristiche sono il colore rosso intenso, la forma allungata – conica o cilindrica – e trilobata a due punta o a una punta, la possibile presenza di striature verdi.

Perché il Peperone di Pontecorvo cresce solo nell’area limitrofa a questo comune e a cosa deve le sue caratteristiche?

È il particolare microclima a conferire al prodotto le sue proprietà. Il fiume Liri apporta il giusto livello di umidità. I terreni preferiti da questo ortaggio sono leggermente argillosi e fertili.

Quanti sono i produttori e quanti peperoni di Pontecorvo vengono prodotti in un anno?
Il peperone offre lavoro a una quarantina di addetti, mentre venti sono le aziende produttrici.
Per quanto riguarda la produzione, quest’anno viaggiamo sui 220 quintali, una quantità irrisoria rispetto a quella che potrebbe essere l’effettiva sfruttando a pieno l’area adatta alla coltivazione.

Dal punto di vista economico, in che condizioni versa il Peperone di Pontecorvo?
Stiamo cercando di darci da fare per cercare di aumentare l’offerta, ma soprattutto per fare uscire il prodotto dalla logica del mercato locale commercializzandolo a un pubblico più vasto.
Si pensi che su 6mila ettari adatti alla coltivazione di questo peperone, ogni anno se ne possono coltivare solo 1500 per motivi legati alla rotazione del terreno. Una volta effettuata la raccolta del peperone, bisogna infatti aspettare tre anni prima di riseminarlo nello stesso terreno.
Ad accrescere le difficoltà si sono aggiunte poi le recenti intemperie e il proliferare di funghi che attaccano le radici.
Se ne sfruttassimo il potenziale potremmo arrivare a collocare sul mercato un prodotto che in termini di filiera potrebbe fruttare tra i 120 e i 150 milioni.

Cosa sta facendo il Consorzio in termini di tutela e valorizzazione ?
Siamo in attesa di far partire tre importanti progetti pensati in accordo con le Università di Viterbo, Cassino e La Sapienza. Si tratta di progetti già visionati, considerati finanziabili da parte della Regione e che nel giro di due-tre anni dovrebbero dare buoni risultati.
Ci aiuteranno nello studio agronomico – a condurre analisi sui terreni e sull’acqua e a studiare soluzioni legate ai problemi di coltivazione – ma anche sul fronte commerciale e del marketing, aiutandoci a far conoscere anche all’estero, tramite fiere e campagne pubblicitarie, le tante qualità del nostro peperone.