DAL MONDO | Personaggi

Marco Confortola, scalare gli ‘8000’ con in tasca Slinzega e Coppetta

di Emanuela De Pinto

L’INTERVISTA – Marco Confortola, valtellinese della Valfurva, 47 anni, è un cacciatore di ‘8000’. Solo 39 uomini al mondo fino ad oggi hanno scalato con o senza ossigeno supplementare, per professione, passione o tormento, tutte le montagne più alte della Terra. 14 giganti che superano quota 8000 metri, dalla cui vetta, si dice, si riesce a scorgere persino l’orizzonte curvo del pianeta: Everest, Shisha Pangma, Annapurna, Cho-Oyu, Broad Peak, K2, Manaslu, Lhotse, Makalu, Dhaulagiri, Kangche, Gasherbrum I, Gasherbrum II e Nanga Parbat. Tutte tra il Nepal, il Pakistan e la Cina.

Per ogni spedizione in Himalaya, l’assoluta certezza dell’incertezza più totale. Lassù, tutto può accadere. Marco Confortola lo sa fin troppo bene. Nel 2008, sul K2, perse tutte le dita dei piedi per congelamento. Altri 11 alpinisti, la vita. Ma certi sport estremi sono un’ossessione, un richiamo continuo e irresistibile, una risposta al senso dell’esistenza che ognuno trova da sé, scalata dopo scalata. Nel suo ultimo libro ‘Il cacciatore di 8000 – La mia sfida alle montagne più alte del mondo’, edito da Hoepli, Marco racconta le conquiste, e le amare rinunce, degli ultimi dieci anni. Montagna dopo montagna. Cima dopo cima. La scelta del prossimo 8000 da scalare, la preparazione, l’attesa. L’azione. Il materiale che porta con sé è decisivo per il buon esito della missione: l’attrezzatura in primis (corde, sacco a pelo, scarponi, giacche, guanti, medicine, fornelli a gas etc.) e poi i bidoni con il cibo ‘di casa’, ugualmente fondamentale per non rischiare di morire di nostalgia, a forza di riso e té. Lo abbiamo intervistato prendendolo per la gola, dal momento che proprio al cibo che porta con sé alla conquista degli 8000, dedica qualche bella pagina nel suo libro.

Marco, il campo base in quei giorni diventa la cosa più simile a una casa. I bidoni degli italiani sono considerati ‘veri e propri tesori, beni di lusso invidiati da tutte le altre spedizioni’, scrive. Partiamo da questa frase. Cosa si portano dietro gli italiani, cacciatori di 8000?

I cibi che personalmente spedisco dall’Italia sono tutti prodotti che nel tempo, nelle varie spedizioni himalayane, ho apprezzato maggiormente. Da buon valtellinese nei miei bidoni non mancano mai slinzega, pane di segale e formaggio locale della mia valle Valfurva, poi coppette e bisciole. Altri prodotti che porto con me abitualmente sono formaggio Grana, miele, acciughe, olive, speck tirolese, biscotti, arachidi e noci.

Capisco il formaggio, il pane e le altre bontà della Valfurva. Ma perché le acciughe sotto sale?

Come dico anche nel libro, non ne sono golosissimo ma in alta quota mangiando un po’ di quelle acciughe, o in generale i cibi salati come le olive o le arachidi, recupero un po’ di sale che non si trova nell’acqua di fusione: la semplice neve bollita.

Il libro è quasi un’ode alla Slinzega. Ci spiega cos’è?

La Slinzega è un salume tipico della Valtellina e della Valchiavenna, ricorda la più conosciuta Bresaola ma è più saporita e speziata. La sua forma è più piccola della Bresaola ed è quindi più semplice da trasportare. La spedisco con i miei bidoni, sotto vuoto, e una volta in Himalaya il suo sapore rimane inalterato. Quando dal campo base inizio la fase di acclimatamento (la procedura seguita dagli alpinisti per fare in modo che il corpo si abitui, a partire dai 4.000 metri, alla carenza di ossigeno nel sangue a causa della diminuzione della pressione atmosferica. Così da evitare edema polmonare o cerebrale e altri disturbi di montagna, ndr) verso i campi più alti, preparo delle monoporzioni di Slinzega, noci, pezzetti di pane di segale e Grana. Il tutto risulta molto comodo e veloce da consumare, e il contenuto proteico e calorico riesce a colmare sia la fame che la golosità.

A destra, Marco Confortola con Arjun Vajpai Wilco van Rooijen (Photo credit @Alex d’Emilia)

Qualche dolce è concesso? Ad esempio, se le dico miele, noci e mandorle sminuzzate cosa le viene in mente?

Penso subito alla Coppetta livignasca! Un dolce molto gradevole che consumo regolarmente nelle mie spedizioni. Si tratta di un pasto molto ricco ed energetico con tanto miele e noci, appunto. Il composto morbido e appiccicoso viene messo a tramezzino tra due fogli di ostia. Questo lo rende croccante e consente di poterlo maneggiare senza restare ‘appiccicati’.

È consentito un goccio di vino al campo mensa? O gli alcolici sono banditi a quelle altitudini?

Il vino viene bevuto in modo molto moderato e soltanto al campo base, sarebbe pressoché impossibile pensare di avanzare verso i campi più alti con pesi che danno solo fastidio. Personalmente, lo bevo raramente, solo in qualche serata in cui ci si scambia i prodotti che ogni alpinista porta dal proprio paese. Per convivialità, soprattutto.

Il freddo, la neve, gli accampamenti al gelo, le nottatacce nel sacco a pelo in condizioni molto difficili. Diciamo che questo tipo di sport estremo, questo stile di vita, mette a dura prova anche la mente, oltre che il fisico. Quanto è importante il buon cibo in certi momenti? Se le dico ‘comfort food’ che tipo di situazione vissuta in quota le viene in mente?

Innanzitutto, bisogna dire che in alta quota non si sente appetito. Questo perché il nostro corpo nasconde o limita la fame. Essendo una macchina perfetta, sa che quando lo stomaco è pieno deve impegnare il sangue per la digestione, mentre in quelle circostanze è meglio che il sangue rimanga impegnato nel buon funzionamento di cervello, cuore ed estremità. Detto questo, la componente psicologica conta molto. Aspettando una finestra di tempo buono, a volte, si possono trascorre in tenda tantissimi giorni. E allora una fettina di bisciola (detto anche Pan di fich o Panettone Valtellinese) o un pezzetto di cioccolato, fanno la differenza sull’umore. Alcuni cibi li assapori proprio perché ti ravvivano la memoria di casa, delle cose che hai lasciato sospese dall’altra parte del mondo. È un piccolo piacere che ti regali. Non è poco.

Qual è la prima cosa che desidera mangiare quando rientra a casa dopo una spedizione?

La prima cosa che faccio appena atterro in Italia è quella di farmi portare, in aeroporto, un bel panino con la Bologna. Semplicissimo. Ma dopo due mesi di campo base si ha voglia delle cose più semplici.

E l’ultima cosa che mangia in Valfurva, a  casa sua, prima di partire? Cosa non si fa mancare?

Solitamente prima della partenza non mi faccio mancare un bel piatto di Pizzoccheri. So che per diversi mesi mangerò riso, riso e ancora riso. Che viene preparato dagli Sherpa al campo base. Quindi mi gusto i sapori a cui sono maggiormente affezionato.

A quando il prossimo 8000?

È ancora in fase di decisione. Me ne mancano tre in Pakistan e solo uno nel versante nepalese. Deciderò nei prossimi mesi, con calma, una volta terminata la stagione come Guida Alpina che mi vede impegnato tutti i giorni, in questo periodo, sulle montagne del gruppo Ortles/Cevedale.