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Sull’isola ‘slow’ di Vulcano, in cerca di more selvatiche

di Jolanda Ferrara

VULCANO (ISOLE EOLIE ) – A Vulcano, perla ardente dell’arcipelago delle Isole Eolie, l’estate piena dona i frutti più dolci e tipici. Gelsi neri, prugnette, fichi bianchi e neri (più rari), uva di Malvasia, pregiati capperi e profumato finocchietto. Un paniere autoctono, tipico, estremo. È il caso delle squisite more selvatiche di rovo, colore nero violaceo, sapore intenso e proprietà curative riconosciute già in passato dalla medicina popolare. Un lavoro eroico: occorrono ben due ore per mettere insieme un chilo di prodotto, raccolta che viene fatta alle prime luci dell’alba. Districandosi (con i guanti!) tra gli spinosi roveti abbandonati, spesso intrecciati a pale di fichi d’India. Roveti che sono più fitti e produttivi nella parte selvaggia e meno antropizzata dell’isola, in particolare sul terrazzamento di Gelso, lungo le scarpate di Piano di Vulcano e in zona Porto.

More selvatiche di Vulcano

In cambio a tanta impresa, le more di rovo fresche regalano un pieno di salute, vitamine, minerali essenziali come il manganese e acido folico, sali minerali (potassio, magnesio, calcio), betacarotene, luteina e zeaxantina. Sostanze protettive vantate dai tutti i piccoli frutti rossi di bosco, massimamente consumando il prodotto fresco e crudo . Quasi un farmaco naturale la mora di Vulcano, che in forma di granita artigianale (leggi la ricetta) o confettura extra, rappresenta uno dei plus nel soggiorno sull’isola sulfurea.

Marmellata di more

Qui dove la natura è particolarmente viva, lussureggiante, generosa, roveti spontanei e ‘ficare’ sono eccezionalmente produttivi in confronto con le vicine isole sorelle. Tanto da creare una filiera virtuosa, che fa capo ad ancora pochi ma organizzati produttori e trasformatori di Vulcano, per unire le forze e valorizzare una coltivazione naturale, autentica, e un territorio per molti versi unico. Da qui la sfida di dare forma ad un progetto, una comunità del cibo Slow Food mirando al presìdio. Mora e Fico di Vulcano, isola ‘slow’ per definizione: qualità della vita e biodiversità. È il terreno vulcanico, così come l’esposizione ai raggi solari, a dare alle bacche di rovo (Rubus ulmifolius il nome corretto) intensità di sapore e gradualità di colorazione/maturazione, spiega Maurizio Vulcano (nomen omen!), referente Slow Food Isola di Vulcano, un passato da chef e oggi, con la moglie Patrizia Terranova, unico trasformatore di specialità locali nel proprio laboratorio artigianale in contrada Sotto Lentia, zona porto: produzioni di nicchia ricercate, anche oltre i confini nazionali, da rivenditori, bistrot e ristoranti gourmet.

Fichi di Vulcano

Le more di rovo di Vulcano sono più piccole di quelle coltivate, addirittura riusciamo a sfruttare il roveto spontaneo e farlo moltiplicare laddove la coltivazione a spalliera non ha attecchito – raccontano Maurizio e Patrizia che lavorano stagionalmente qualche centinaio di chili di frutto – . Con la nostra tecnica di lavorazione otteniamo una confettura senza semi al 90%, particolarmente gradevole al palato. Come pianta infestante  – aggiungono – il rovo ci dà un prodotto naturalmente biologico, disponibile per tutta l’estate fino a settembre. Pensare al presìdio Slow Food è forse lungimirante per l’oggettiva difficoltà di raccolta, ci sembra la direzione giusta da seguire per valorizzare l’identità del territorio e il nostro lavoro”.

Marmellata di more selvatiche di rovo di Vulcano