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Tenuta Sant’Aquilina, rossi e bianchi riminesi verso il Bio

di Marco Valeriani

Grande volontà, progettazione curata, evoluzione dell’attuale confine. La storia della Tenuta Sant’Aquilina è storia recente. Poco più di 3 anni “sulle spalle”, sebbene lo sguardo sia rivolto a ben altre soddisfazioni.

E il cui traguardo, a conti fatti, sarà raggiungibile non prima di un buon decennio. Gianluca Celli, amministratore delegato, dedica alla sua ‘creatura’ le energie migliori. Giorno dopo giorno vede crescere ed irrobustirsi quella che da passione – archiviati i trascorsi nel settore metalmeccanico in seno all’azienda di famiglia – ormai è autentica, corroborante sfida; progettualità dal ‘volto’ in rapido cambiamento.

Gianluca Celli

Gli inizi nel Corianese

Sembrano lontani gli inizi tra i gli alberi d’ulivo e i filari del Corianese, eppure la strada macinata è già tanta. Da quell’esordio – pochi ettari riservati a Merlot, altri dedicati a nuovi impianti per il Sangiovese e alcuni destinati alla spremitura dell’olio extraverfgine – l’orizzonte si è via via allargato posandosi poi sui dolci declivi di Sant’Aquilina, alle spalle di Rimini, grazie all’acquisto di ulteriori 26 ettari; 22 dei quali a superficie vitata.

Oggi il patrimonio in terre vocate alla produzione di rossi e bianchi è stimato complessivamente in 300.000 metri quadrati. Un traguardo frutto della costanza e determinazione, quindi ancora più meritato.

“Siamo solo al principio – commenta Celli -; il lavoro da sbrigare è parecchio. La caparbietà non manca e i risultati iniziano a vedersi”. La nuova cantina – 500 metri quadrati affiancati da un confortevole agriturismo realizzato su casolare del tardo Settecento – è in divenire.

Nel frattempo – proprio per arginare qualche lungaggine burocratica di troppo – vinificazione, imbottigliamento e magazzino hanno trovato spazio nello stabile situato lungo la Consolare Rimini-San Marino.

Tenuta Sant’Aquilina

Da 3 a 5 etichette di pregio

Una necessità imprenditoriale, voluta per non perdere altri treni in fatto di promozione e commercializzazione. “Dalle tre etichette in purezza vinificate fuori provincia (Sangiovese Superiore, Rebola e Bombino, meglio conosciuto come Pagadebit) attraverso il supporto di una cantina cesenate fino al 2015 – l’anno seguente sarei uscito definitivamente dall’azienda di famiglia per dedicarmi anima e corpo a questa avventura -, siamo ora arrivati a 5”.

Al Puniceum (Sangiovese Superiore Dop), al Relucens (Rebola, Bianco Rubicone Igp), al Luo (Bombino, Pagadebit Dop) si sono aggiunti il Velut Rosa (Merlot Rosato Rubicone Igp) e il Clarus Rarus (Bombino, Pagadebit) spumante Brut Metodo Charmat.

La vendemmia dei rossi

“E da qui – sorride Celli – stiamo impostando le rotte future. Molti prodotti cambieranno. Così come marciamo speditamente verso la certificazione Bio. Fra 3 anni, mese più mese meno, il nostro evo e i nostri vini saranno biologici al 100%. Nessuna concessione a mode o atteggiamenti dettati dal mercato. Bensì massima coerenza, massima concentrazione nel raggiungimento di mete sensate per un Bio reale, ottenuto sul campo”.

Fare sistema per promuovere il Riminese

Perdoni la franchezza, ma viene da chiederle se lei abbia o no la consapevolezza di voler indossare l’abito da ‘mosca bianca’ in un panorama locale nel quale la parola d’ordine sembra essere piuttosto “ognuno pensi per sé”.

“Un problema di fondo esiste. Ed è quello della difficoltà a fare sistema. A promuovere tutti assieme una vera identità del territorio. La mia idea è di spingere parecchio in questa direzione e far ‘uscire’ il Riminese al pari di altre realtà più blasonate in Italia. Le potenzialità per produrre vini eccezionali – rossi e bianchi – esistono. Possiamo realmente fare qualcosa di straordinario. Da soli, lo ammetto, difficilmente riusciremo a farci sentire. Sinceramente, osservando quanto contenuto nei nuovi disciplinari, questa nuova affermazione dell’identità – se non sostenuta da tutti all’unisono – rimarrà soltanto un’ambizione”.

Da dove ripartire allora? ”Per quanto ci compete andremo a rivedere le nostre scelte. Ci porremo nella condizione di ‘ascoltare’ di più le uve per poter imbottigliare il miglior prodotto quale espressione di vigneti vicini al mare. Rivedremo le nostre etichette, rimoduleremo il nostro approccio comunicativo, ricalibreremo il nostro modus operandi sul fronte commerciale. Al mio fianco ho un bel gruppo di persone e professionisti capaci, qualificati, pronti a mettersi in discussione. Certo, il percorso è lungo”.

Un Rosato interessante

Torniamo ai vini della Tenuta Sant’Aquilina. Perché un Rosato di Merlot? “In Puglia e Toscana ho degustato alcuni calici davvero interessanti. Avevamo a disposizione 4 ettari di Merlot e ci siamo messi in gioco. È nato un vino forse un po’ ‘troppo’ robusto. Vinificando all’epoca fuori Rimini siamo andati oltre di mezzo grado. Però il risultato è apprezzabile. Se ci fossimo affidati alle uve Sangiovese in bottiglia avremmo messo un Rosato più spigoloso per un vino fermo. Ci stiamo comunque lavorando sopra”.

E il Clarus Rarus, il Bombino-Pagadebit spumantizzato? “Credo molto nell’uvaggio. Si presta bene alla spumantizzazione. È un prodotto che vogliamo migliorare ancora. Sarà, lo dico senza mezze misure, un tassello importante della futura Tenuta Sant’Aquilina”.